General Electric, risanare o smantellare?

 

Non è bastato in questi anni vendere i gioielli della corona, nel senso che la corona è quella del brand forse più illustre della storia industriale americana, la General Electric, famosa e studiata dagli esperti in finanza di tutto il mondo per i colossali profitti. L’ultimo atto di questa crisi è stata la vendita alla Haier per 5,4 miliardi di dollari del comparto Majaps, la General Electric Appliances, con i suoi side by side che rappresentano più di qualsiasi altro prodotto l’american way of life (quella  che sognavamo, non quella attuale) e con una serbatoio di brevetti e innovazioni davvero notevole. E con una quota consistente del mercato più ricco, quello del segmento Premium. Ora il gigante ammalato con i suoi 300mila dipendenti in tutto il mondo, ha emesso una sentenza: una perdita contabile nell’ultimo quadrimestre di 6,2 miliardi di dollari che riflette una svalutazione degli attivi molto più forte di quanto in un primo momento si pensava, dovuta anche ad un cambiamento della riforma fiscale attuato dal Congresso americano. Ma la realtà sembra più grave di quanto a novembre era stato annunciato poiché occorrono 15 miliardi da tirar fuori per un periodo di sette anni per rinforzare le riserve della filiale GE Capital che deve in un qualche modo rimediare alle colossali e inattese perdite nel campo assicurativo. Non basta. Si aggiungono risultati deludenti nel settore elettrico e rendimenti ancor più deludenti nei servizi petroliferi; così dopo lunghi periodi negativi la capitalizzazione a Wall Street, l’anno scorso, è precipitata di più di 100 miliardi di dollari. Martedì 9 gennaio John Flannery, a capo di GE da circa un anno, confessa che la strategia di salvezza del gruppo annunciata a novembre non è praticabile. E non esclude uno smantellamento del gruppo probabilmente a primavera. Quanto alle intenzioni manifestate a novembre vale la pena ricordare che la conglomerata doveva concentrarsi esclusivamente sull’aviazione, l’elettricità e la salute.

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