GLI ASSASSINI ISIS DEPREDANO L’ORO DELL’AFRICA

DAESH (o DAECH), acronimo arabo di EIIL (tradotto significa Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), è ancora straricco, anzi lo è ancora di più perché si sta impadronendo dei giganteschi tesori delle miniere d’oro di cui l’Africa è ricchissima. E non solo dell’oro ma anche dei diamanti e dei preziosi materiali di cui le industrie di tutto il mondo sono bulimicamente avide. Sono infatti tante le gang criminali di DAESH e in particolare quelle dell’Al-Qaida maghrebino, dell’AQM e del MUJO, che da anni, organizzate e ben armate, assaltano, rapinano, sfruttano, contrabbandano e poi rivendono l’oro africano e gli altri tesori. I giganteschi bottini vengono affidati a intermediari europei, nordafricani, turchi, russi, americani, e soprattutto arabi (pluridecennali finanziatori di DAESH) e transitano verso Dubai dove vengono raffinati per poi partire verso i mercati di tutto il mondo e, di recente, con crescenti forniture verso l’India e la Cina. Ne parlano e ne scrivono in pochi perché sono coinvolti interessi giganteschi di istituzioni anche statali, eserciti, servizi di intelligence, società private di security e, ovviamente, trafficanti di armi. Su tutti, alcune multinazionali dell’oro, dei diamanti e della finanza che, a parole, lamentano danni enormi alle loro miniere a causa del terrorismo, nei fatti invece, ci hanno fatto e ci fanno lauti affari. Perché a chiudere sono soprottutto le miniere di piccole società e comunità locali..Una manna per l’azienda-DAESH perché l’attuale estrazione dell’oro, dei diamanti e degli altri preziosi metalli dell’Africa, è enormemente inferiore alle sue potenzialità e promette futuri incassi record. Attualmente provengono dall’Africa 821 tonnellate all’anno del totale mondiale di 3.500. Ora è d’obbligo fare due dita di conti, perchè, come hanno scritto proprio di recente, quotidiani molto autorevoli, il terrorismo islamista è tornato a essere molto potente, ricco, protetto. E molto molto vicino all’Europa. Il pericolo viene dal fatto che le bande del terrorismo si sono spostate dal Medio Oriente al Nord Africa, all’Africa subsahariana e al resto del continente….

Altro che sei miliardi di dollari…

Negli anni del terrorismo islamista gli inviati dei maggiori giornali di tutto il mondo avevano riferito che l’ISIS disponeva e dispone di un tesoro di oltre 6 miliardi di dollari. Possiamo ora rivelare che si tratta di molti miliardi in più poiché provengono da ”percorsi” che non si sono mai interrotti e da quelli nuovi come l’oro.. DAESH, da quando sono cominciate (2003) le invasioni dei paesi occidentali in Medio Oriente incassava e incassa molto probabilmente ogni anno, una cifra tra i 2 e i 4 miliardi di dollari ogni anno. I cespiti sono: traffico di idrocarburi, per 4,4 milioni di dollari al giorno (in calo per aver perso alcuni siti); gas naturale per 1,4 milioni per giorno, imposizioni e tasse per 1 milione di dollari giornalieri (in forte crescita); arsenali militari catturati e rifornimenti indiretti dei finanziatori arabi e occidentali per un valore di 3 miliardi all’anno.

Giganteschi tesori una tantumI tanti rapimenti avvenuti dal 2003 sono stati risolti con giganteschi riscatti. La rapina a banche, società, esercizi commerciali di decine di città sono stati altri cespiti difficili da quantificare ma la sola presa di Mossoul fruttò, grazie alla completa presa di possesso della banca centrale dell’Iraq (aveva sede proprio a Mossoul) con le sue riserve enormi e i conti correnti, 3.400 milioni di dollari. Quanto al valore di 5-6 miliardi di dollari delle opere d’arte rubate in Siria, Iraq e Libia, sta aumentando perché milioni di piccoli oggetti hanno invaso Google e il dark web. E poi perché i tesori inestimabili, seppelliti in forzieri sotterranei europei, arabi e asiatici, diventano sempre più preziosi negli anni. Di quei 5-6 miliardi, pare che una parte sia stata rubata da eserciti e milizie (americane in particolare) e da bande locali. Ne deriva una certa difficoltà a stabilire quanto realmente valga oggi l’immenso patrimonio d’arte in possesso o commercializzato dai criminali islamisti. C’è poi da considerare il recente contributo in armamenti sofisticati proveniente da Trump ai paesi del Golfo Persico, armamenti che sono stati trovati in possesso di terroristi in Africa e che ovviamente valgono miliardi di euro non milioni.

Come impadronirsi dell’oro africano-E’ un lento ma inesorabile e poco contrastato “programma” di stragi di migliaia e migliaia di poveri minatori, di corruzione e di ricatti, che è cominciato almeno dal 2017. E che vede coinvolti numerosi paesi a partire addirittura dal poverissimo Niger che pure nasconde nel sottosuolo e nell’acqua dei suoi fiumi grandi quantità d’oro, tra l’altro, oro di qualità superiore, di 22 Karati. Oltre a imporre balzelli ai commercianti e agli artigiani locali (come accadeva in Siria e in Iraq), gli islamisti attaccano da anni le miniere, traendo milioni e milioni di dollari. Solo il Bourkina, per esempio, che ha 14 miniere d’oro, dal 2015 ha registrato 283 assalti alle miniere. La pandemia? Non ha mai frenato le bande.

Che cosa c’è dietro? La corruzione endemica dei governi locali, i giganteschi affari delle multinazionali occidentali che spesso trattano con i criminali islamisti per assicurarsi una relativa neutralità verso le loro attività di sfruttamento dell’oro africano, ma soprattutto il disinteresse da parte dei Paesi occidentali che, dopo aver scatenato le guerre in Iraq, Siria e Libia, non hanno voluto o saputo bloccare le rotte di “emigrazione” di vecchi e nuovi adepti del terrorismo verso il Maghreb e l’Africa tutta. Con un’eccezione, la Francia, che ha salvato le città di questi paesi dai massicci assalti dei criminali islamisti; in Mali ha evitato, per esempio, che l’AQMI e il MUJAO si impadronissero della capitale Bamako e ha cacciato le loro katibas (le loro brigate) dalle città del Nord. L’operazione Barkane con 4mila soldati speciali francesi ha disperso -ma non battuto- i grandi raggruppamenti dei terroristi che, sparsi in mille rivoli finanziariamente autonomi, molto ben armati, si sono poi sistematicamente dedicati a depredare, uccidere, violentare gli abitanti, dstruggendo centinaia di villaggi in un crescente numero di stati africani.

Chiudono le miniere d’oro delle piccole società-I terroristi islamisti sono partiti da un’area gigantesca con 5 paesi (Mauritania, Mali, Bourkina, Niger e Tchad) e 93 milioni di abitanti, polverizando i locali eserciti spesso malpagati e male armati. E con una progressione impressionante perché dei 283 assalti verificatesi, come abbiamo scritto, in Bourkina ben la metà è avvenuta nel primo semestre del 2019. E se le multinazionali dell’oro, dei diamanti e delle materie prime “preziose” sanno difendersi con milizie private e con operazioni di sotterraneo sostegno ai terroristi, le miniere di proprietà locale o di piccole società estere chiudono poiché non riescono più a sostenere le spese stratosferiche della security e della “neutralità”. I minatori sono spesso costretti a vivere in condizioni sub-umane. Con l’arrivo della pandemia, il prezzo dell’oro è salito in tutto il mondo ma per i minatori è sceso per il capillare contrabbando con una competizione durissima.

I danni delle chiusure delle miniere-L’allargarsi delle bande dei terroristi verso paesi ben oltre il Bourkina, il Mali, il Niger, il Tschad e la Mauritania, e che hanno miniere ricchissime e poco sfruttate, ha accelerato le incursioni ormai quotidiane, con centinaia di morti come è accaduto, per esempio, di recente nella miniera a sud di Kamituga (Repubblica Popolare del Congo), dove 50 giovani minatori contrabbandieri sono annegati in un torrente di fango per le piogge torrenziali che hanno allagato i pozzi. E sempre più spesso le miniere vengono abbandonate dalle società “regolari” perché non si trovano più aziende di trasporto per i minatori, creando una disastrosa situazione economica. La canadese Semafo dovrebbe riaprire, in Congo, nel corso di quest’anno, il sito dell’oro – in cui ha investito 212 milioni di dollari per produrre 226.000 once d’oro all’anno – dopo la chiusura temporanea che avrà comunque ripercussioni sulla produzione del Paese, fino ad allora in rapida espansione (20% annuo). Questa chiusura segue quella del giacimento Youga, attaccato dalle popolazioni locali dopo l’omicidio di un cercatore d’oro da parte di un agente di sicurezza. La produzione si attesta a 50,3 tonnellate, in calo del 2,3%.  E le promesse di una ripresa dello sfruttamento dei siti dell’oro sono rare e comunque ostacolate dalla pandemia. “Quest’anno prevediamo una ripresa con l’entrata in produzione dei giacimenti Bomboré e Sanbrado, di proprietà della canadese Orezone e dell’Australian West African Resources ” ha dichiarato di recente a Jeune Afrique Toussaint Bamouni, direttore esecutivo della Burkina Faso Chamber of Mines.“Ma la pandemia avrà probabilmente un effetto duraturo sull’asset allocation. Rafforzerà anche il valore dell’oro come asset strategico ”, ha osservato il World Gold Council il in luglio, poche settimane prima che l’oro raggiungesse, in agosto il prezzo più alto mai registrato: 2.048 dollari. (articolo tratto da Firstonline)

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