Marcatura CE? Zero controlli. Va eliminata

“Tutti i  prodotti in entrata verso la Comunità Europea possono essere marcati CE, solo se il produttore ha una sede nella comunità o solo dall’importatore, le direttive in merito sono chiare e quindi non si comprende, perchè al momento dei controlli insorgano confusioni. Tutti i prodotti che non fanno riferimento ad un referente europeo o all’importatore, dovrebbero essere bloccati all’ingresso nella Comunità Europea, e questo risolverebbe molti problemi, soprattutto di protezione dei marchi registrati e di altre illegalità di cui sentiamo parlare tutti i giorni.Per garantire i consumatori, i produttori e gli importatori onesti, sarebbe sufficiente applicare le Direttive sul marchio CE e per applicarle basta conoscerle, dal momento che sono tutte molto chiare, lo sanno bene le grandi aziende extra europee, che da molto tempo hanno i loro referenti all’interno della Comunità Europea, ma non lo sanno evidentemente coloro che dovrebbe fare i controlli”. A scrivere queste sacrosante parole –di grande attualità a causa delle immense quantità di mascherine anti-Covid con marcatura finta CE- è un esperto, ingegnere, Renato Carraro. E’ chiaro ormai che, mancando i controlli, qualunque prodotto come anche le mascherine –come accade- entra in Europa secondo requisiti che solo il produttore conosce. E quasi sempre sui documenti i requisiti dichiarati sono ben diversi. Tanto, chi controlla? La marcatura CE è un’autocertificazione che fa sghignazzare e che nessun paese al di fuori dell’Unione riconosce. Va eliminata e sostituita da un marchio obbligatorio come lo è l’americano UL per esempio. Provate a esportare un made in Italy marcato CE in Cina  o in America…La marcatura CE è stata voluta, così come e cioè “libertaria” in nome della “libertà” di mercato, negli anni 90 dall’Inghilterra (e da alcuni paesi nordici) e supinamente accettata dagli altri paesi. La marcatura CE infatti la può liberamente, anzi la deve applicare l’importatore. E questo ha favorito in modo massiccio le grandi società di import export inglesi e le sue grandi catene della distribuzione retail e dei grossisti che hanno inondato l’Europa di prodotti di bassissima qualità di provenienza asiatica, marcati CE ( anche CE, cioè China Export). L’Inghilterra infatti ha un’economia fortemente strutturata su attività terziarie e su traffici finanziari che richiedono una totale mancanza di controlli per prosperare. Al contrario l’economia dei paesi europei è in gran parte sostenuta da attività manufatturiere che il dumping economico, sociale e ambientale asiatico, grazie alla mancanza di controlli sulla marcatura Ce e sui suoi documenti (ma chi li ha mai visti, letti, verificati?) ha danneggiato in modo irreparabile.  Chi ha ostinatamente per decenni ostacolato la erogazione di stanziamenti diretti a eseguire sistematici controlli sulla veridicità della marcatura CE? L’Inghilterra e alcuni paesi del Nord e dell’Est Europa. Ma soprattutto l’Inghilterra. Quale è sempre stato il centro mondiale dei soldi sporchi, del capitalismo marcio e grondante sangue totalmente privo di qualsiasi controllo, anzi, del tutto favoriti? Un tempo era Zurigo e si parlava –appunto- dei cosiddetti “gnomi di Zurigo” per indicare i trafficanti di capitali sporchi. Un tempo, negli anni Sessanta. Ora è Londra a detenere questo “lusinghiero” record. Lo hanno scritto tutti i giornali del mondo. Nell’aprile 2017 il Sole 24 Ore titolava un impressionante servizio così: “LONDRA, LAVATRICE MONDIALE DEL DENARO SPORCO: 100 MILIARDI RICICLATI OGNI ANNO”. Libertà di marcatura, di mercato, di traffici sporchi.

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