Esplode su Internet il traffico criminale dei beni culturali razziati durante il Covid

 

Nell’anno in cui l’Intelligence dell’Arte n.1 mondiale, il Comando CC Tutela Patrimonio Culturale, celebra l’ennesimo record recuperando decine di migliaia di capolavori di eccezionale valore sottratti al nostro Paese, anche i trafficanti criminali di beni culturali celebrano un anno d’oro grazie al darkweb e anche a quello legale, dove le trattative a livello mondiale, si sono spostate per le difficoltà di usare i percorsi e  i metodi tradizionali. Solo su facebook i gruppi organizzati per trattare reperti provenienti da teatri di guerra e in particolare dal Medio Oriente, da 90 che erano nel 2019 sono oggi 130-dichiara Amr Al-Azm, codirettore dell’ONG, Organizzazione Mondiale delle Dogane- in gran parte arabi, e riuniscono oltre 500mila utenti di un commercio del tutto illegale. Perché la pandemia ha quasi annullato i controlli nei paesi vittime dei saccheggi, spesso impoveriti dalle invasioni e dalle guerre di “liberazione”. Così molti dei 10mila  siti archeologici  siriani –quelli ufficiali- sono rimasti quasi sguarniti. Lo stesso è accaduto in Irak, Afghanistan, Yemen, nell’Africa sahariana e in Sud America. E se sul darkweb il traffico è letteralmente esploso, gestito dalle stesse organizzazioni criminali che trattano la droga, gli esseri umani e le armi, e quindi dotate di risorse, specialisti e tecniche di prim’ordine, tutte le piattaforme in chiaro da anni hanno omesso ogni controllo. Così whatsapp, youtube e altri media on line sono stati messi sotto accusa tanto che facebook e la sua controllata instagram hanno dovuto modificare le regole per bloccare le trattative di reperti. Ma dai paesi saccheggiati sono arrivate accorate richieste di aiuto poiché in fin dei conti le immagini e le notizie che si scambiano venditori e acquirenti sono le uniche prove che potrebbero essere utili per gli inquirenti. Distruggerle è sbagliato; prima di farlo-è stato sottolineato- si dovrebbe archiviare il materiale video per risalire ai colpevoli e ai percorsi. Ma anche nel resto del mondo l’attenzione e gli interventi per impedire i reati contro il patrimonio culturale non sono stati sempre all’altezza delle necessità. Le priorità sanitarie hanno purtroppo avuto il predominio e persino in Olanda è stato rubato un Van Gogh da un museo statale chiuso proprio per il lockdown. E dopo l’incendio della cattedrale di Notre Dame è partita su e-bay la caccia all’acquisto di materiale lapideo sottratto ripetutamente al cantiere anche se poi si è scoperto che si trattava di una serie di truffe poiché il materiale era affatto quello originale.

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