Ma guarda un po’, 3 su 4 aziende sono tornate dalla Cina. Ma va? Non conviene più?

Sembrerà incredibile ma è proprio vero, lo ha rilevato l’ISTAT, l’Istituto Nazionale di statistica. 3 aziende su 4 che hanno delocalizzato portando soldi, fabbriche, brevetti e innovazione fuori dal Paese, l’Italia, sono tornati, stanno tornando. . “Un fenomeno che ha subìto una forte accelerazione a seguito dell’ondata pandemica-ha osservato Andrea Dallan, CEO della Dallan SpA- -che ha aumentato la difficoltà di spostamento di merci e persone”. Capirai-vien da dire- bella fatica. Dopo aver usato il nostro paese, i migliori tecnici, le agevolazioni e tanti vantaggi per diventare grandi e importanti, se ne sono andati via, trovando altrove enormi ricchezze e manodopera a salari di fame. Adesso che non conviene più  produrre in Asia, in Est Europa, in Sud America, perché sono saliti alle stelle i costi dei trasporti, perché non si trovano più componenti e ricambi, tornano per riaprire fabbriche chiuse o ormai inesistenti. E troveranno anche finanziamenti oltre grandi accoglienze. Hanno licenziato a suo tempo, senza fare come si dice un plissè, migliaia e migliaia di ottime maestranze,  hanno disertificato i distretti, diventando importatori molto spesso di pessimi apparecchi, componentistica di livello spesso indegno, merci in gran parte difettose, brutte, a prezzi stracciati, inquinanti, pericolose. Perché nessuno ha il coraggio di dire che in Cina questi padroncini in gran parte del Nordest sono andati  a cercare non la qualità ma la manodopera che costava di meno e che di conseguenza faceva uscire da fabbriche-lager prodotti copiati (male), mal disegnati, mal fabbricati e privi di assistenza?

Il peggio? Le multinazionali-L’80 per cento delle multinazionali –a livello mondiale- da alcuni anni  e con una intensificazione negli ultimi mesi a causa della pandemia, ha deciso di rilocare fabbriche e  R&D nei paesi d’origine. Un esempio per tutti, la multinazionale che ha comprato la mitica Bianchi e che aveva trasferito tutte le produzioni  in Cina, alle prime avvisaglie della crisi, ha deciso di tornare in Italia. Ma  poiché, quando se ne è andata, ha chiuso tutto licenziando e perdendo ottimi tecnici, innovazione italiana e l’immagine gloriosa del made in Italy, al rientro ha dovuto investire decine e decine di milioni di euro per fare ex novo una fabbrica, vicino a Milano. Nulla ci impedisce di pensare che avrà fior di finanziamenti oltre a articoli entusiastici. Le multinazionali che tornano lo fanno esclusivamente perché non gli conviene più. Ci consola sapere che sarà durissima per molte di queste aziende, grandi, piccole, multinazionali, tornare a riprendersi quote di mercato, a trovare tecnici e dipendenti di cui hanno bisogno perché quando si  umilia il patrimonio di un territorio, è difficile ritrovare, al rientro, condizioni favorevoli.

I mercati del “tutto subito”-Dietro il movimento di reshoring mondiale c’è anche un altro gigantesco e crescente fattore economico-commerciale: i consumatori seguono trend sempre nuovi, cambiano gusti con estrema rapidità e le catene del valore lunghissime sono ostacoli decisivi a mantenere enormi siti produttivi molto lontani dai mercati dove si vende. Ecco perchè il gigante Zara ha rilocato in Europa i suoi siti produttivi….

Chi non ha delocalizzato come è riuscito a resistere? Come hanno fatto migliaia e migliaia di piccole e medie aziende del gigantesco sistema-casa italiano per esempio (solo per citare un settore) a non delocalizzare e anzi a  valorizzare intere filiere? Un esempio particolarmente positivo? L’italiana ROLD, con i suoi 4 siti produttivi italiani, 80 per cento di export e l’8 per cento del fatturato in R&D, n.1 mondiale nella componentistica avanzata (elettromeccanica, meccatronica, IoT) per elettrodomestici e smart home per la qualità, i brevetti e le lavorazioni su misura. Tanto che il World Economic Forum nel 2019 ha riconosciuto e inserito lo stabilimento ROLD di Cerro Maggiore (MI), tra i primi 16 “Lighthouse Plant” a livello mondiale. ROLD, unica PMI 100% italiana, è inclusa infatti nel Global Lighthouse Network of Advanced Manufacturers per le tecnologie tipiche di Industry 4.0 in ottica di operatività, sostenibilità ed impatto ambientale. Unico produttore di componentistica in grado, proprio per le sue fabbriche italiane, di realizzare prodotti su misura del cliente (anche cinese) e in tempi molto rapidi. E che marcia a pieno ritmo senza interruzioni.

Chi ha resistito meglio durante la pandemia?-Quelli che potevano contare su manifatture di vicinanza grazie alla filiera corta e che più che ripartire non hanno mai smesso di lavorare. Si tratta per esempio dei settori dei grandi elettrodomestici e casalinghi di media e alta gamma, macchinari e macchine utensili, componenti elettrici, meccatronici, elettromeccanici, meccanici, tutto il gigantesco comparto del food, una parte (solo una parte) dell’industria della moda e, infine, l’intero comparto del legno e dell’arredo di qualsiasi materiale e tipologia, compresi la ferramenta e i componenti. Il comparto mobile-illuminazione nel primo semestre del 2021 ha messo a segno, dopo un pesante stop del 2020, un +14,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Una ripartita rapida, anche fulminante, potendo contare su fabbriche, distretti e fornitori in Italia. Il distretto delle Puglie, per esempio, con 3500 aziende nel primo trimestre del 2021 ha fatto un +31,5 per cento di export. Quello di Milano-Monza-Brianza ha registrato un +30 per cento di fatturato e un +10,6 di produzione sul 2019. “La ripresa del Paese-ha commentato Maria Porro, presidente del Salone del Mobile-comincia dalla casa”.  “Inoltre, l’export Italia di prodotti del Sistema Casa ha raggiunto nel trimestre scorso un nuovo massimo storico (615 milioni di euro)-scrive Marcello Antonioni – portando il consuntivo d’anno su valori di oltre il 32% superiori ai livelli pre-pandemici. L’Italia si conferma, all’interno dei paesi esportatori UE27, primo partner commerciale del mercato statunitense di prodotti del Sistema Casa, ampliando il divario – nel corso del 2021 – con i concorrenti tedeschi”.

Ecco i nomi di chi è tornato-La fondazione della Commissione Europea Eurofound segue questi trend e il suo European Reshoring Monitor elenca le operazione di rientro industriale in patria dalla Cina e da altri paesi di società europee a partire dal 2015, con nomi illustri: Benetton, Calzaturificio Veneto, OVS, Safilo, Piquadro, Falconeri, Manifattura Rossi, Esaote, Artsana, Diasorin, Vittoria Assicurazioni, Unicredit, Jacuzzi, Angelini, Reno De’ medici, Vimex, Armani (dalla Svizzera!), Diadora, Prada, Steelco, Fastweb, Natuzzi.

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